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| scuola e notizie
Il sito delle notizie e idee sulla scuola |
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Benvenuti
FAR BENE LA SCUOLA FA BENE ALLA SCUOLA
UNA SCUOLA DELL’ETICA E DEL RISPETTO
ANCHE NELLA PRATICA DELLA “COMUNICAZIONE EFFICACE”
PENSIERI, PAROLE, AZIONI
ALLA LUCE DELLE TEORIE DI HOWARD GARDNER
a cura di Adriano Lonza
a.lonza52@libero.it
SINTESI
La scuola secondo la Costituzione italiana deve “accogliere e promuovere”. Gli “insegnanti significativi” sanno operare secondo questo criterio e stile per costruire l'autostima degli alunni, conquistare la loro fiducia e motivarli ad apprendere. In un’ottica della “comunicazione efficace” ci si dovrebbe impegnare a comprendere, tramite l’analisi dei fatti e dei vissuti delle persone, i profondi mutamenti del nostro tempo, per rispondere tangibilmente e attivamente ai bisogni e alle aspettative della società contemporanea. L’affidabilità professionale è fondamentale nell'ambiente scolastico, nei confronti sia dei colleghi, - perché c'è bisogno di poter contare l'uno sull'altro, - sia degli alunni - perché serve a conquistare il loro rispetto, la loro fiducia e la loro confidenza-.
La scuola, secondo la Costituzione italiana, deve “accogliere e promuovere”. Il compito dell’insegnante, però, oggi è impegnativo e stressante e solo la collaborazione e il sostegno reciproco aiutano a creare quel clima che consente il conseguimento di buoni e continuativi risultati. Il lavoro di squadra tra tutti i colleghi, infatti, è necessario per assicurare un criterio integrato e coerente che indichi agli allievi, senza contraddizioni, il senso di quello che apprendono. Inoltre, se i docenti riescono ad entrare in sintonia con ciascun alunno, sono in grado anche di strutturare correttamente gli approcci all’insegnamento e di adattare le loro discipline, tenendo conto delle debolezze e dei punti di forza che posseggono. Solo in questo modo può essere ottimizzata l’esperienza e la creatività di tutti.
Il lavoro di squadra, che è uno dei modi per operare nella comunicazione efficace, si rivela utile non solo per la scuola ma anche per la vita. Attraverso di esso si acquisisce il senso di appartenenza alla comunità e si impara a relazionarsi agli altri, che è fondamentale nell’esistenza e nel lavoro. Quando questa caratteristica professionale è espressa in modo forte dagli insegnanti, si trasmette l’etica del rispetto e la scuola diventa un punto di riferimento importante per gli alunni e per il territorio circostante. In questo modo, si possono trasmettere valori di ampio respiro. Inoltre, saper tenere contatti efficaci con genitori e colleghi fa acquisire una comprensione più profonda degli allievi, necessaria a promuovere le loro personalità in forma integrale.
Gli “insegnanti significativi” sanno utilizzare questa capacità di comprensione per costruire l'autostima dei loro alunni, conquistare la loro fiducia e motivarli ad apprendere, sanno attivare entusiasmi ed interessi, che usano come molla per approfondire ed ampliare i processi di apprendimento. Qualsiasi bambino si sente valorizzato quando viene sinceramente compreso, e quando gli adulti di riferimento si interessano a lui. La comprensione verso gli altri, secondo uno stile e un criterio “centrati sulla persona” costituisce, anche un significativo modello di comportamento per gli alunni e per tutti coloro che sono coinvolti nella fruizione del servizio. L’attenzione cordiale nei confronti degli altri e la considerazione del loro punto di vista concorre a costruire un comune impegno per modificare positivamente l'azione formativa.
In un’ottica della “comunicazione efficace” ci si dovrebbe impegnare a comprendere, tramite l’analisi dei fatti e delle esperienze delle persone, i profondi mutamenti del nostro tempo, per rispondere tangibilmente e attivamente ai bisogni e alle aspettative della società contemporanea. Occorre, inoltre, aver fiducia nella capacità di ogni persona creando le opportunità per attivare un processo di ricerca che convalidi, tramite la verifica, le condizioni relazionali che facilitano il cammino verso l’autorealizzazione. Perciò l’affidabilità professionale è fondamentale nell'ambiente scolastico, nei confronti sia dei colleghi, - perché c'è bisogno di poter contare l'uno sull'altro - sia per gli alunni - perché serve a conquistare il loro rispetto, la loro fiducia e la loro confidenza - .
Quali capacità intellettuali, allora, bisogna possedere per operare validamente nel contesto scolastico?
• Capacità di analisi, ovvero, il saper pensare in modo logico, scomporre la realtà e riconoscere le cause e gli effetti. Attraverso il lavoro di analisi gli insegnanti dimostrano praticamente agli alunni l'importanza dell'approccio logico, inducendoli a interrogarsi sul motivo che ha consentito ad alcuni aspetti di essere valorizzati più e meglio. I docenti acquistano, così, un atteggiamento flessibile e riescono a migliorare, anno dopo anno, la loro pratica professionale;
• capacità di sintesi, ovvero il saper riconoscere i disegni complessivi e i collegamenti, anche tra moltissimi dettagli. Una docenza efficace richiede che la lezione sia sviluppata con progetti e modalità che diano agli alunni una percezione ampia dei concetti e l’intuizione della continuità. Infine è di grande rilevanza la capacità di chiarire e semplificare idee complesse e di saperle comunicare, perché gli alunni si perfezionano se intendono in pieno i concezioni e i contenuti della materia.
Da qui l’attualità e l’importanza delle teorie di Howard Gardner.
GARDNER E LA TEORIA DELLE INTELLIGENZE MULTIPLE
UN CONCETTO CHE POTREBBE VALERE PER INSEGNANTI ED ALUNNI
Howard Gardner, psicologo americano nato nel 1943, è considerato il principale rappresentante della teoria delle intelligenze multiple. Entrò all'Università di Harvard nel 1961, conseguendo il dottorato, specializzandosi successivamente in psicologia dell'età evolutiva e in neuropsicologia. Nel 1986 ha cominciato ad insegnare alla Facoltà di Scienze a Harvard, collaborando contemporaneamente al Progetto Zero, un gruppo di ricerca sulla formazione della conoscenza, che riconosce grande importanza alle arti. Nel corso degli anni, Gardner, oltre ad elaborare la teoria delle intelligenze multiple, si è occupato dello sviluppo delle capacità artistiche nei bambini e dell'ideazione di strumenti per migliorare l'apprendimento e la creatività attraverso forme di insegnamento e di valutazione maggiormente personalizzata.
Secondo lo psicologo americano Gardner, i punti essenziali, le parole chiave per comprendere il funzionamento della mente umana sono “ disciplina – sintesi – creatività – rispetto ed etica “. Nella sua teoria delle “Intelligenze multiple”, egli elabora una tassonomia, tutta particolare, delle intelligenze umane:
la “Mente disciplinata” è quella più classica, che accoglie gli input che riceve e riesce a individuare un campo particolare in cui applicarli e quindi brillare. Si acquisisce attraverso chiari messaggi che consentono di acquisire le differenze tra il vero ed il falso, il reale ed il fantastico, l’astratto ed il concreto;
la “Mente sintetica” è quella che riesce a raccogliere le informazioni che riceve da fonti diverse e le sintetizza in maniera originale e sensata;
la “Mente rispettosa” è quella che accetta le differenze tra gli individui, si sforza di capire gli altri e di collaborare;
la “Mente etica” cerca di capire le caratteristiche e gli obiettivi del lavoro che si trova a svolgere; valuta i bisogni ed i desideri intorno ad essa, cercando di spingersi oltre gli interessi personali. Essa quindi, non fa riferimento solo ai principi della propria coscienza o, peggio, all’ambito dei propri interessi, ma si fa carico delle esigenze della società;
la “Mente creativa” coltiva nuove idee e si pone domande insolite, arrivando a risposte inattese: questo tipo di attività si ottiene solo dopo aver consolidato i modi di pensare tipici della mente disciplinata e di quella sintetica.
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Una Scuola delle "Buone Pratiche" costruisce sempre individui migliori
Bisogna collaborare per migliorare |
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| INTERVISTE
3 domande a…
LUIGI ALICI
PROFESSORE ORDINARIO DI FILOSOFIA MORALE PRESSO L’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI MACERATA, È STATO PRESIDENTE NAZIONALE DELL’AZIONE CATTOLICA ITALIANA.
A cura di Adriano Lonza
a.lonza52@libero.it
IL RUOLO DELLA SCUOLA NELL’EDUCAZIONE: EDUCARE ETICAMENTE E RESPONSABILMENTE
1. Nell'epoca del virtuale è ancora possibile educare a un autentico dialogo
interpersonale? In questa prospettiva, esiste un ruolo specifico della
scuola?
Il mondo dell’educazione e quello della comunicazione (più o meno virtuale) oggi appaiono in concorrenza, perché comunicare ha assunto un carattere prevalentemente strumentale; per un ragazzo è più facile pensare ad una tecnologia fatta di strumenti, reti, apparati tecnologici, piuttosto che ad un amico! Eppure comunicare è essenzialmente uno scambio dialogico tra esseri umani, che imparano, in questo modo, ad interagire, cioè a compiere “azioni in comune”. In questo senso la comunicazione autentica è già di per sé un processo formativo, attraverso il quale si cerca, insieme, di dare forma alla vita. Tale processo si può considerare educativo in senso proprio, quando l’educando è accompagnato attivamente nel cammino che lo conduce dalla dipendenza all’autonomia. Se, al contrario, comunicare significa moltiplicare i contatti attraverso le più svariate “protesi” elettroniche, lasciando cadere la centralità dei contenuti e, prima ancora, l’intento di promozione reciproca, allora la dimensione “virtuale” diventa una forma di pericolosa evasione. E non c’è bisogno di tecnologie molto sofisticate: quando due persone parlano al telefonino isolandosi completamente dagli altri non fanno altro che abbandonare una porzione di vita reale, per rifugiarsi in una specie di bolla virtuale, astratta e deresponsabilizzante. Oggi più che mai la scuola ha il compito di restituire ai ragazzi il senso della realtà, aiutandoli a vivere il virtuale non come una fuga, ma come un sussidio capace di arricchire (anziché impoverire) la comunicazione, e mettendo i loro genitori in condizione di valutare più criticamente tali strumenti.
2. Qual è l'etica sottesa all'educare?
Certamente un’etica della responsabilità e del bene comune. Se educare significa impegnarsi in prima persona in una relazione liberante, tale processo presuppone una distinzione dei ruoli, ma non certo una separazione delle persone. La distinzione, che si riferisce alla diversità e all’asimmetria delle funzioni, non deve impedire che tutti i soggetti coinvolti nel processo educativo (quindi anche le istituzioni) si riconoscano accomunati da un medesimo orizzonte, che assume un valore positivo solo se coincide con il bene di tutti e di ciascuno. Qui si può misurare la distanza fra un modello contrattualistico di educazione, in cui ci sono clienti che “comprano” delle prestazioni tecniche (illudendosi che possano essere neutre rispetto al bene e al male), e un modello etico, in cui, pur nella differenza dei ruoli, ognuno è chiamato a “rispondere” dinanzi a stesso, alla comunità, alle istituzioni (ecco la responsabilità). In questo senso, al diritto di essere educato corrispondere il dovere di cor-rispondere (cioè rispondere insieme) all’appello del bene. Disponibilità e competenza restano requisiti irrinunciabili, ma dentro un’avventura comune, che consente di qualificare, proprio per questo, l’educazione come un’arte e un compito, oltre che una vocazione.
3. Nell'educazione, la regola è una formula limitante o liberante?
Etimologicamente, la regola fa pensare ad una condotta ordinata, retta, anzi di-retta, in quanto consente di raggiungere uno scopo attraverso la via più breve possibile. Solo da questo discende quella “rettitudine”, in nome della quale si può “reggere” e “correggere”. Come si vede, l’etimologia ci ricorda che la regola non è fine a se stessa, ma si mette sempre – quand’è autentica – al servizio di qualcosa di più alto. Potremmo ricordare un esempio che ci è offerto da Kant a proposito della libertà: quando l’uccello si alza in volo, può tracciare straordinarie traiettorie nel cielo grazie alla resistenza dell’aria, non certo nonostante essa! Sarebbe illusorio sognare una libertà di volo senza resistenza: vorrebbe dire sfracellarsi al suolo. La resistenza non è un ostacolo, ma la condizione che consente di volare. Ed anche se l’allievo soffre la regola (proprio come l’uccello che vola potrebbe soffrire il peso dell’aria), è proprio tale sofferenza il segno di una resistenza da vincere, di uno scarto da superare: in questo senso la regola è direzione, allenamento, disciplina. Può essere liberante solo se aiuta a volare; può diventare limitante solo se mette sadicamente piombo inutile nelle nostre ali.
Luigi Alici è professore ordinario di Filosofia Morale presso l’Università degli studi di Macerata, già Presidente Nazionale dell’Azione Cattolica Italiana (2005-2008), direttore della sezione di Filosofia della Collana “ SUB – strumenti universitari di base edizioni La Scuola editrice, Brescia”, ha pubblicato vari libri di filosofia fin dal 1989. Testi interessanti, soprattutto per i docenti, sono stati: “Forme della reciprocità. Comunità, istituzioni, ethos” (ed. Il Mulino, 2004); “Forme del bene condiviso” (Ed. Il Mulino, 2007); La via della speranza. Tracce di futuro possibile ( Ed.AVE, 2006). Di recente pubblicazione il libro “Cielo di Plastica. L’eclisse dell’infinito nell’epoca delle idolatrie” (Edizioni San Paolo, 2009).
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| Buone Pratiche nella scuola dell'Autonomia
Le "Buone Pratiche" nella scuola dell'Autonomia
A cura di Adriano Lonza
Prima parte
Lo sviluppo delle "buone pratiche"
Le "buone pratiche" sono definite come un particolare sviluppo di esperienze, che, per l'efficacia dei risultati, per le caratteristiche di qualità interna e per il contributo offerto alla soluzione di particolari problemi, soddisfa il complesso apparato di aspettative di un determinato sistema di riferimento.
Esse consistono in metodologie di lavoro, precisi modelli organizzativi, strumenti utili per il raggiungimento degli obiettivi, e prodotti. L'insieme di questi elementi in genere è reperito all'interno di esperienze di carattere sperimentale con un elevato indice di efficacia che, una volta analizzate, vanno a formare azioni innovative.
Le componenti principali che costituiscono una buona pratica sono: l'adeguatezza del quadro logico progettuale e di attuazione, affinché il mutamento prodotto crei le condizioni grazie alle quali gli attori coinvolti possono apprendere consapevolmente dall'esperienza realizzata; l'innovazione, intesa come capacità di produrre soluzioni nuove per il miglioramento delle condizioni di partenza, o delle soluzioni dei bisogni iniziali; la riproducibilità, ovvero la possibilità offerta dalla buona pratica di essere ricostruita in situazioni con problematiche simili a quelle che l'hanno generata e identificata; la trasferibilità, cioè la sua applicazione in luoghi e situazioni diversi da quelli che l'hanno prodotta; l'efficacia strategica in rapporto agli obiettivi di progetto ed ai problemi economico - sociali del contesto territoriale di riferimento.
Buone Pratiche sul territorio: l'Autonomia
Oggi l'autonomia costituisce una condizione privilegiata per la ricerca e l'innovazione continua, ma si stenta, tuttavia, a dar vita ad un processo di effettiva presa in carico, da parte delle scuole, del nuovo ruolo e delle nuove modalità di mettersi in relazione sia con le istituzioni centrali, sia con le nuove istituzioni di governo locale interessate. Probabilmente ciò è dovuto sia ad una cattiva interpretazione dell’autonomia, sia ai modi tradizionali di fare scuola e di operare al suo interno.
Ogni unità scolastica concorre alla progettazione del servizio formativo offerto in modo propositivo ai propri utenti. La scuola dell'Autonomia ha un compito formalmente riconosciuto: ferme restando le ragioni dell'Istituzione Centrale, le singole scuole rappresentano le richieste di peculiarità dei propri ambiti locali di riferimento, pur nell'opportunità di riconfermare la propria appartenenza alle Istituzioni centrali e locali anche a livello organizzativo più ampio. Inoltre, strutturare l'Autonomia configura un'operatività in cui le singole scuole si trasformano da soggetti passivi di ordini ad attori, la cui funzionalità si concretizza in scelte di politica scolastica locale. Per far ciò è necessario uno sviluppo efficace, anche attraverso il consolidamento di un apparato organizzativo, strutturale e strumentale, che consenta alle singole scuole di sorvegliare adeguatamente la gestione dei processi operativi, con un'attività scolastica rivisitata alla luce delle norme che regolano l'autonomia, ma, altresì con l'osservazione delle "buone pratiche". Ciò comporta lo sviluppo di norme di azione collettiva, pertinenti ai momenti sia delle decisioni collegiali, sia della messa in opera delle stesse attraverso il lavoro di squadra, a partire da una risoluzione chiara e praticabile del servizio prodotto. Il motore dell'azione non sarà solo la risposta alla sviante logica della “risposta alle richieste e ai bisogni del territorio e della comunità locale ”, ma la consapevolezza del valore "politico", oltre che etico-professionale, di decisioni progettuali autonome.
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un rinnovato interesse per la qualità della scuola
UN RINNOVATO INTERESSE
PER LA QUALITÀ DELLA SCUOLA
a cura di Adriano Lonza
a.lonza52@libero.it
Scuola: servizio o azienda?
L’interesse che spinge ad avvicinarsi alle problematiche della qualità deriva dalla constatazione che le proposte innovative hanno sempre avuto un carattere settoriale (in quanto per lo più incentrate esclusivamente sulla dimensione didattica), senza in qualche modo investire aspetti più strutturali e organizzativi della vita della scuola, o comunque una riflessione sulla scuola nel suo insieme.
Se la scuola è oggi considerata un servizio a favore della comunità, occorre però tenere presente che le strategie circolari di miglioramento progressivo su cui si basano gli approcci alla qualità non possono essere analoghe a quelle utilizzate dalle aziende, perché, rispetto ad altri servizi, il rapporto con l’utente non è episodico, e cioè limitato ad alcuni momenti informativi: è profondo, coinvolgente, duraturo, chiama in causa processi e reazioni complesse, difficilmente prevedibili. Per questo occorre studiare più approfonditamente come modificare i piani d’intervento, in riferimento alle fasi del processo migliorativo in cui si trovano le singole scuole, in quanto una strategia si rivela più adeguata in un momento piuttosto che in un altro. È quindi importante assumere l’ottica della complessità, che riguarda la quantità dei cambiamenti, la loro organizzazione nel tempo, il loro impatto strutturale, tenendo conto che il cambiamento deve comunque raggiungere una sua “massa critica” per “normalizzarsi”, attivando al contempo energie adeguate di mantenimento.
Può però accadere che gran parte del cambiamento rimanga alla fine apparente, o coinvolga solo ambiti molto ristretti della scuola;
Oggi si registra ormai, al fondo, un’incrinatura profonda tra l’insegnante e la scuola intesa come “burocrazia”. Se ci fosse chiesto di valutare un descrittore forte della condizione della scuola, dovremmo forse cercarlo proprio qui, nel grado di frattura esistente tra la scuola vista come "formalità da adempiere" e la quotidianità dell’insegnamento. Il docente ha ben chiaro che la vita della classe è completamente diversa da quanto viene scritto per soddisfare l’apparato amministrativo. Una buona parte della sua frustrazione, infatti, è legata alla sensazione della “perdita di tempo” in attività “inutili”, non strettamente connesse all’insegnamento, quali riunioni, collegi, commissioni. Diventa importante, allora, trattare il problema della gestione dell’attività comune e dell'informazione reciproca: chiarezza ed essenzialità, concretezza fattiva, adeguata istruzione preliminare di qualsiasi incontro.
La qualità al bivio?
La scuola attraversa oggi un passaggio epocale: si trova, infatti, nel guado verso una reale autonomia. Le problematiche della qualità giungono in un momento particolarmente difficile: da un lato, esiste una consapevolezza diffusa dell’inconcludenza di numerosi tentativi e sforzi d’innovazione compiuti in passato, e si vive una profonda frustrazione connessa alla constatazione del costante fallimento degli impegni profusi; dall'altro, sono in atto trasformazioni complesse che spingono la scuola alla ricerca di una nuova identità.
I cambiamenti istituzionali che si sviluppano possono aprire potenzialità del tutto nuove. Va tuttavia evitata l’assunzione di modi di intendere la qualità che si rivelerebbero inefficienti e controproducenti. Il rischio maggiore è il cambiamento “di facciata”, il voler essere "accreditati", l’ambire ad ottenere il riconoscimento d’istituzione “eccellente”. Ci si sente dire: “la nostra scuola possiede numerosi laboratori, ha un sito Internet, pubblica ogni anno la carta dei servizi, le linee generali del POF, ha collaborazioni diffuse ecc”. Si tratta certamente di elementi che possono essere importanti. All’interno della scuola, però, i rapporti umani sono insoddisfacenti, molti docenti si destreggiano tra vari e sostanziali problemi, alcuni non riescono a coinvolgere gli alunni nel processo di apprendimento e maturazione, il personale si trincera dietro il “non mi compete!”. ….
L’eccellenza, allora, non va identificata con un progetto specifico o con un riconoscimento formale, ma va calata nella quotidianità e vista nei tempi lunghi: deve, cioè, tradursi nell’attività quotidiana e concreta di abili e competenti operatori.
Positivi e operosi
Immaginiamo dunque una visuale prospettica, in cui docenti e non docenti stabiliscono volontariamente un legame professionale con durata di qualche anno; usano un collante infrastrutturale con modalità progettuali ampie e con un sistema interpersonale e cooperativo di allestimenti logistici, tecnologici e pedagogici; vanno oltre l’idea di se stessi come individui unici e gestiscono insieme le attività, con la fatica di ognuno, ma anche con la soddisfazione di tutti gli operatori scolastici; effettuano un serio e concreto rendiconto del servizio svolto; sviluppano modalità progettuali per una migliore “vision” dell’istituzione.
Una progettazione per scenari, insomma, che esplicita la propria ragion d’essere e le finalità perseguite (mission) e dà vita a una riflessione sulla scuola intesa come sistema, superando così il rapporto burocratico tra le singole componenti, ponendo come base essenziale la valorizzazione professionale di ogni singolo individuo all’interno dell’istituzione, operando una maggiore e più incisiva comunicazione interna.
Non va infine dimenticato che l’interesse principale, riferito all’utenza palese, ovvero gli alunni, è quello di creare una maggiore considerazione per il benessere e la soddisfazione interna, incrementando anche una maggiore “saggezza” complessiva della scuola.
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La L.I.M. (lavagna interattiva multimediale)
L.I.M. (Lavagna interattiva multimediale)
Didattica innovativa con una lavagna particolare
LE POTENZIALITÀ DELLA LIM
Fin dai primi studi, la LIM è risultata essere uno strumento che permette di integrare con facilità le ICT nella didattica in classe.
Alcuni ricercatori e alcuni insegnanti che hanno sperimentato l'utilizzo in classe hanno osservato che l'inserimento di questa tecnologia e delle sue peculiarità nelle scuole, e, nelle attività didattiche, migliora l’innovazione dell’ambiente di apprendimento e le tecnologie didattiche.
La LIM possiede alcune caratteristiche:
• è uno strumento versatile, adatto a tutte le discipline e ai diversi livelli scolastici;
• è di supporto all'esposizione del docente;
• influisce positivamente sull'attenzione, la motivazione e il coinvolgimento degli studenti;
• può contribuire a migliorare la comunicazione in classe, stimolando la partecipazione degli studenti attraverso l'uso di una varietà di contenuti multimediali (testi, immagini, video, etc) nella didattica.
La lavagna digitale, infatti, è descritta da studenti e docenti come uno strumento che influisce positivamente su:
• la comprensione e la memorizzazione attraverso la possibilità di richiamo e ripasso;
• la riflessione dei docenti sulle metodologie impiegate e l'organizzazione delle attività didattiche;
• le strategie per la personalizzazione e l'inclusione;
• il coinvolgimento e la partecipazione attiva degli studenti.
UNA TECNOLOGIA UTILE?
In alcune scuole e tra alcuni docenti, la LIM è percepita come uno tecnologia utile, che influisce favorevolmente sulla comunicazione e sui processi di apprendimento e insegnamento.
La lavagna digitale è una tecnologia che attutisce i contrasti e dovrebbe entrare nella pratica quotidiana o nello spazio educativo, senza invaderlo o stravolgerlo.
La LIM consente, infatti, un approccio graduale, una scoperta progressiva delle potenzialità dello strumento e della didattica con le risorse digitali. Sulla superficie interattiva, infatti, è possibile ancora scrivere e disegnare come sull'ardesia. Ciò facilita una prima familiarizzazione da parte degli utenti non esperti.
Ecco perché le peculiarità della LIM offrono una tecnologia "a misura" di aula scolastica, che trova collocazione in classe, esprimendo, così, valore di innovativo.
LA LIM INFLUISCE SULLA DIDATTICA?
La LIM è considerata una delle condizioni principali di un processo di innovazione che dovrebbe avere come obiettivi:
• la costruzione di un ambiente di apprendimento adeguato alle nuove tecnologie;
• lo sviluppo di una didattica centrata sugli alunni e sui loro bisogni formativi.
PURA TECNOLOGIA MA NON SOLO
La Lavagna Interattiva Multimediale (LIM) è una superficie di grandi dimensioni che consente di visualizzare ed interagire con contenuti e applicazioni in formato digitale: testi, immagini, animazioni, video, software, etc..
Ma la LIM non è solo una tecnologia di proiezione. I contenuti e i software visualizzati sulla lavagna digitale “funzionano” esattamente come sul computer ad essa collegato: le icone dei programmi presenti sul pc possono essere cliccate, i file selezionati e trascinati, aperti, modificati, collegati, salvati e cancellati.
La Lim è una periferica del computer. Per funzionare deve essere collegata ad un personal computer e ad un proiettore.
Il collegamento tra il computer e il proiettore consente di visualizzare sulla lavagna i contenuti presenti sul desktop del computer. Il collegamento tra la lavagna e il computer permette di trasferire l’interazione sulla superficie della LIM allo schermo del computer e viceversa.
Le lavagne interattive multimediali possono essere a proiezione frontale, integrata o a retroproiezione.
Attraverso lo schermo interattivo, un normale personal computer si trasforma nel “computer della classe”: una superficie sulla quale l'insegnante e gli studenti possono condividere contenuti ed operazioni in un processo di costruzione collaborativa delle conoscenze.
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